Meno emergenza e più prevenzione, così la Liguria si poteva (quasi) salvare

Mentre la situazione metereologica migliora lievemente, si contano i morti e i danni in Liguria e Toscana, le regioni maggiormente colpite dalle piogge di questi giorni. Secondo l'Irpi del Consiglio nazionale delle ricerche, dal 1960 a oggi sono 98 le vittime di frane e inondazioni in Liguria e 139 in Toscana. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha commentato la tragedia dicendo da Bruxelles: ''Sono tributi molto dolorosi". Leggi La tragedia di Monterosso e i morti per la pioggia in Liguria - Leggi Tragedia in Liguria. Colpa del Dio della pioggia? dal blog Cambi di stagione
22 AGO 20
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Mentre la situazione metereologica migliora lievemente, si contano i morti e i danni in Liguria e Toscana, le regioni maggiormente colpite dalle piogge di questi giorni. Secondo l'Irpi del Consiglio nazionale delle ricerche, dal 1960 a oggi sono 98 le vittime di frane e inondazioni in Liguria e 139 in Toscana.
Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha commentato la tragedia dicendo da Bruxelles: ''Sono tributi molto dolorosi che paghiamo per quelli che, purtroppo, o sono cambiamenti o gravi turbamenti climatici''. Eppure non è esatto dire che è colpa dei cambiamenti climatici. Come ha spiegato il meteorologo dell'aeronautica militare Guido Guidi "il territorio italiano è fatto così: con certi eventi frana a valle" e soprattutto "esiste un problema territoriale, al di là di quello delle infrastrutture" (continua a leggere Tragedia in Liguria. Colpa del Dio della pioggia?)
"Il maltempo si sta spostando da Nord a Sud", dice Massimo Gargano, presidente dell’Anbi, l'Associazione nazionale Bonifiche, Irrigazioni e Miglioramenti fondiari, "adesso sono la Calabria e Sicilia, particolarmente fragili da punto di vista idrogeologico, a preoccuparci". In Italia i consorzi di bonifica assicurano il deflusso delle acque piovane in mare attraverso centottantamila chilometri di canali. "In sostanza noi effettuiamo la manutenzione dei canali, assicuriamo che l'acqua cammini", spiega al Foglio Gargano. "Eppure i canali hanno più di un nemico, l'incuria dei territori e l'antropizzazione. Negli ultimi quarant'anni abbiamo cementificato una superficie pari pressoché a tutto il Nord Italia. Le più importanti città del Nord hanno un ritmo di cementificazione pari a dieci ettari al giorno". Questo, secondo il presidente dell'Anbi, "determina che l'acqua non arrivi dai campi ai canali, ma dall'asfalto, e arrivi in velocità. Spesso poi non è possibile effettuare la manutenzione per via dell'abusivismo, a ridosso delle sponde, sopra ai canali". E poi c'è il problema dell'urbanizzazione, per cui i terreni fuori dalle città, che sono dei veri e propri cuscinetti d'emergenza per la raccolta delle acque, sono abbandonati.
"Per adeguare la rete idraulica", prosegue Gargano, "c'è bisogno che la cultura della prevenzione prevalga su quella dell'emergenza. Siamo bravissimi a dichiarare lo stato d'emergenza, ma meno bravi a fare il mantenimento della rete idrica italiana". Lo scorso mese l'Anbi ha presentato in Parlamento 2500 progetti per un valore complessivo di oltre 5 miliardi e 700 milioni di euro. "La proposta di piano per la riduzione del rischio idrogeologico", dice il presidente dell'Anbi, "dimostra a quanti dicono che non ci sono le risorse che per ogni euro speso in prevenzione se ne spendono dieci in emergenza. Il problema è che la prevenzione non fa notizia. Ma l'emergenza non è nemmeno sinonimo di trasparenza". La cultura della prevenzione, in sostanza, produce sviluppo e occupazione. Secondo Gargano "un paese che vince la sfida della crescita deve mettere il territorio al centro della sua politica economica".

Ma c'è un altro paradosso. Dice Gargano: "D'estate gridiamo per la siccità, d'inverno prendiamo l'acqua dolce e la buttiamo in mare. Perché sollevarla e buttarla? Se possiamo metterla in piccoli invasi per averla a disposizione quando serve?".